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Il percorso parte da Mazzarino, percorrendo la Strada Provinciale 27, che continua sulla Strada Statale 626 e arriva alla Torre di Manfria dopo 37,3 chilometri. La tappa successiva è al Biviere e Piana di Gela, dove si arriva dopo 21 chilometri seguendo il percorso sulla mappa.

La riserva naturale orientata Biviere di Gela è una riserva naturale regionale della Sicilia, istituita nel 1997. La riserva comprende la zona strettamente circostante il lago Biviere, un lago relitto incassato tra le dune del golfo di Gela, ad appena un chilometro e mezzo dal mare, dal quale, in passato, era in gran parte alimentato. L’area su cui sorge la Riserva era, fino al Cinquecento, un ambiente salmastro paludoso. All’inizio del Seicento il Duca Giovanni di Aragona la trasformò in un lago di acqua dolce collegandolo con un canale sotterraneo al fiume Dirillo. Fino alla metà del Novecento il lago era una Riserva di caccia e pesca. Nel 1991 è stata dichiarata zona umida di importanza internazionale riconosciuta dalla Convenzione di Ramsar.
La vegetazione dell’area circostante il lago è caratterizzata da diverse specie idrofile quali, tra il più presente, il Potamogeton pectinatus.
Sono anche presenti in minor misura il Ceratophyllum demersum, lo Scirpus maritimus, lo Scirpus lacustris e la Phragmites australis.
I prati circostanti ospitano specie quali il timo ed il rosmarino nonché, in primavera, diverse orchidee selvatiche fra cui la Ophrys oxyrrhynchos, raro endemismo siciliano.
Nella fascia dunale che separa il lago dal mare prosperano la ginestra bianca (Retama raetam), il fiordaliso delle spiagge (Centaurea sphaerocephala) e la rara Leopoldia gussonei, endemismo puntiforme del litorale del golfo di Gela.
Il Biviere di Gela è il più grande lago costiero della Sicilia e costituisce una delle più importanti zone di sosta e svernamento per numerose specie di uccelli migratori. L’avifauna, rappresentata da oltre 200 specie, costituisce pertanto l’elemento di maggiore rilievo naturalistico della Riserva.
Tra gli Anatidi è facile osservare il Fischione (Anas penelope), il Codone (Anas acuta), il Mestolone (Anas clypeata), la Marzaiola (Anas querquedula) ed il Moriglione (Aythya ferina); segnalata sporadicamente anche la Moretta tabaccata (Aythya nyroca), una delle quattro specie italiane maggiormente minacciate di estinzione. Numerose anche le specie di limicoli presenti tra cui il Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), la Pittima reale (Limosa limosa), il Chiurlo (Numenius arquata) e il Corriere piccolo (Charadrius dubius). Non è infrequente incontrare numerose specie di aironi tra cui l’Airone cenerino (Ardea cinerea), l’Airone bianco maggiore (Casmerodius albus), la Garzetta (Egretta garzetta), la Sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides) e, più sporadicamente, il raro Airone rosso (Ardea purpurea). Presenti, ma di più difficile osservazione, anche il Tarabuso (Botaurus stellaris) e la Nitticora (Nycticorax nycticorax), dalle abitudine notturne. Tra le altre specie presenti meritano una menzione il Mignattaio (Plegadis falcinellus), diventato il simbolo della Riserva, la Spatola (Platalea leucorodia), il Martin pescatore (Alcedo atthis), l’Upupa (Upupa epops) e, tra i rapaci, il Falco di palude (Circus aeruginosus), il Gheppio (Falco tinnunculus) ed il raro Falco pescatore (Pandion haliaetus).

 

La Torre di Manfria faceva parte del sistema di avviso delle Torri costiere della Sicilia, costruite su indicazione dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani.
Si erge su una collina sovrastante la frazione di Manfria e risulta visibile da tutto il golfo di Gela. Attualmente è di proprietà privata e si presenta in discreto stato di conservazione, eccettuato per la terrazza che presenta alcuni tratti del cornicione ormai distrutti. Si segnala che è una delle torri camillianee tra le più grandi, è infatti alta circa 15 metri con una base di circa metri 12,50. Era detta anche torre di Sferracavallo, ma Francesco Maria Emanuele Gaetani marchese di Villabianca, nei suoi Diari palermitani riporta che era chiamata anche Torre d’Ossuna. La sua costruzione venne iniziata nel 1549, durante il viceregno di Giovanni De Vega. La data, non completamente certa, si desume in quanto Tiburzio Spannocchi nella sua rilevazione la disegna con lo stesso basamento tronco conico della Torre Mulinazzo di Cinisi, che con certezza era già stata costruita nel 1552 sotto il viceré Giovanni De Vega.
Nel 1578 è citata per essere sita in Contrada Sferracavallo, e non completata, tanto che si suggeriva che: et sarà bisogno fornirla alzandola circa duj canne di più…. Nel 1578 quindi la costruzione venne ripresa e completata su disegno dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani, che la cita ben due volte in occasione dei suoi studi preparatori, per i quali preparò un acquarello che mostra la torre di foggia circolare con basamento adatta alla difesa essendo in corrispondenza a nord con il Castello di Butera, e ad est con il Castello di Gela, mentre ad ovest lo era con il Castello di Falconara. Nel primo quarto del XVII secolo la torre fu quasi del tutto ricostruita fino ad assumere l’aspetto attuale, e probabilmente, desume il Villabianca, per impulso del viceré Pedro Giron, duca di Ossuna. Dagli archivi della Deputazione del Regno di Sicilia, risulta che a partire dal XVIII secolo, negli anni 1717, 1757, 1797, la guarnigione della torre fosse composta da quattro soldati ed un sovrintendente scelto tra i cavalieri della città di Terranova (Gela). Nel 1804 dalla stessa fonte è posta sotto la sovrintendenza di Don Mariano Carpinteri e Gravina, di Terranova, che nel 1805 fece costruire la scala esterna di accesso, a due rampe, ancor oggi esistente. Nel 1867 è ricompresa nelle opere militari da dismettersi. Alla torre è legata la leggenda del gigante Manfrino, buono e sfortunato, a guardia di un tesoro nascosto, nata dal ritrovamento di monete greche e romane nella zona e di una formazione rocciosa, oggi non più visibile, interpretata come la sua orma lasciata nella roccia.